“Il signore delle mosche” è sicuramente il romanzo più conosciuto di William Golding, nobel per la letteratura nel 1983.

Alcuni ragazzi sopravvivono ad un disastro aereo in un’isola sperduta dell’oceano: vi sarà un susseguirsi di avventure e tentativi di ancoraggio alla civiltà occidentale, messa a dura prova nell’ambiente ostile dell’isola. Man mano che la paura di non farcela, la fame e le incomprensioni acquistano terreno nella “piccola civiltà”, le barriere morali e religiose vengono abbandonate, e i comportamenti risultano sempre più selvaggi.

Il romanzo può essere paragonato per tipologia ai romanzi distopici di Orwell, anche se a livello letterario non siamo sullo stesso livello. Il libro parte lentamente, e questa lentezza ci accompagna fino a metà dell’opera, dove i personaggi iniziano a prendere una forma ben precisa.

Le metafore fanno riflettere, possiede un tratto psicologico (che personalmente amo particolarmente), sebbene in alcuni capitoli vi è una lungaggine descrittiva a tratti anche noiosa. Gli ultimi capitoli valgono l’intero libro: ti trasportano emotivamente nell’angoscia e nella tristezza, ti fanno pensare a soluzioni che poi vengono ribaltate. Al termine della lettura, oltre ad essere sorpreso, ho fatto un lungo respiro. Perché sostanzialmente questo è un romanzo che ti fa trattenere i nervi ben saldi e il fiato sospeso.

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